I Atto | Dancing On The Verge

Il tema principale del I atto della trilogia, che corrisponde alla cantica dell’Inferno di Dante, è quello del successo e del fallimento.

Dal 1999 Marco Papa ha sviluppato una serie di ritratti – disegni, fotografie, collage, sculture, installazioni e, in ultimo, la performance Black Gene – sulla figura dell’attore e ballerino Gene Anthony Ray, alias Leroy Johnson, protagonista del film Fame di Alan Parker e dell’omonima serie-cult degli anni ottanta.

Nella parabola della vita di Gene Anthony Ray, spinta fino ai suoi estremi, sembrano risuonare le parole di Pina Bausch: “dance, dance, otherwise we are lost”.

Gene Anthony Ray era un ragazzo come tanti, nella New York degli anni Settanta, povero, nero e senza istruzione, però sapeva danzare come nessun altro, e Alan Parker lo scelse tra cinquemila per affidargli la parte di uno dei protagonisti di “Fame”. Fu così che Gene diventò il ballerino prodigio Leroy Johnson eroe spavaldo di un film candidato a sei Oscar e di una serie televisiva di successo. Nel tempo quel grande bacino televisivo si ridusse vistosamente e le cose cominciarono per lui a non andare per il verso giusto. Gene-Leroy non resse e sprofondò nella droga, nell’alcool, negli affetti sbagliati; si consumò la vita, vivendo come un clochard, fu colpito da sei ictus – l’ultimo dei quali fatale. Da questa storia, e dal fallimento che logorò il formidabile danzatore jazz nasce “Dancing on the Verge”, un’opera potenzialmente e concettualmente senza conclusione – di cui la performance Black Gene segna il punto di “non-arrivo”. Marco Papa, tra gli artisti italiani più sensibili e interessanti, curioso e aperto alla sperimentazione di materiali sempre diversi e dei nuovi linguaggi massmediologici, trasforma la figura drammatica di Leroy e la sua complessa vicenda esistenziale in un’icona trionfante del nostro tempo malato.

Nella performance Black Gene (2006), l’artista ha invitato tutte le persone che, con le proprie diverse professionalità, hanno sostenuto negli anni la costruzione del progetto Dancing On The Verge, a sostenerlo di nuovo, ora con un impegno fisico.

I partecipanti hanno dovuto tirare una stessa lunga fune che oltrepassava un enorme specchio, riflettente il loro sforzo, immagine della loro fatica nel sostenere negli anni trascorsi la romantica, generosa e incompresa visione di Marco Papa. L’azione enfatizzava l’impegno dell’artista nel tenere un gruppo di persone collegate ad un ideale ad esse non visibile, che in questo caso si compiva oltre la parete specchiante, agli occhi del pubblico, unico a vedere l’opera nella sua totalità. Il loro agire, il tenere per diverse ore tesa la fune, componeva in aria la scultura a grandezza naturale del ballerino, dal peso complessivo di 500 kg, costituita da 11 blocchi di granito nero interconnessi con un cavo passante al suo interno, realizzando un ecartè en l’air, passo di danza che diventa metafora dell’esistenza di Gene Anthony Ray.

Act I | Dancing On The Verge

The main theme of the first act of the trilogy, that recalls the Inferno (Hell) cantantica by Dante, is the theme of success and failure.

Since 1999 Marco Papa developed a series of portraits, drawings, photographs, collage, sculptures, installation and, lastly, Black Gene performance – centered on the actor and dancer Gene Anthony Ray, alias Leroy Johnson, protagonist both in the icon tv-series in the 1980’s, Fame, and in the Alan Parker movie bearing the same name.

In Gene Anthony Ray’s life journey, it seems to hear Pina Bausch’s words: “dance, dance, otherwise we are lost”.

Gene Anthony ray was a young man like many others in New York during the 1970s, poor, black, uneducated. When five thousand struggling young performers auditioned for a leading role in a new feature film directed by Alan Parker, it was Gene Anthony Ray who got the part, because he could dance like no one else. That was how Gene became Leroy Johnson, rebel hero of Fame, the Oscar-nominated film and subsequent hit TV series. Things took a bad turn when the television
ratings began to falter. He couldn’t handle it, and he turned to drugs, alcohol and promiscuity. Eventually desperate and destitute, his life ended prematurely due to complications from a stroke. Marco Papa transforms the dramatic and complex story of Gene/Leroy’s existential decline into a triumphant icon for our ailing times through a series of artworks, potentially and conceptually endless, of which Black Gene performance is the point of “no arrival”.
In the performance Black Gene (2006), the artist has invited all the people who, with their own different professional skills, have supported, over the years, the construction of the project Dancing On The Verge, to support it now again with a physical involvement. All the participants had to pull a long rope which got past a huge mirror reflecting their effort, an image of the work they did in the past years, to support Marco Papa’s romantic, generous and misunderstood vision. This action aimed to emphasize the effort of the artist to keep a group of people linked to an ideal invisible to them, an ideal that, in this case, took place beyond the reflecting wall. Only the audience could see the work as a whole. Their acting, holding tight the rope for several hours, formed, in the air, the life-size sculpture of the dancer, whose total weight was 500 kg, consisting of 11 blocks of black granite, interconnected with a cable passing within the sculpture, creating a ecartè en l’air, a dance move that became a metaphor of Gene Anthony Ray’s existence.